Giovanni Falcone - Onore sangue giustizia

Spettacolo di narrazione

Si tratta di uno spettacolo di narrazione in cui la storia della vita del noto giudice, vittima del terribile attentato del 23 maggio 1992, viene annodata e raccontata in parallelo a quella di Tommaso Buscetta, il primo grande pentito di mafia. Il ritratto dei due personaggi rischiara anche lo sfondo entro cui si muovono: una società siciliana in bilico tra le spinte legalitarie rappresentate da Falcone, la pseudocultura mafiosa e uno Stato italiano spesso colluso e inadempiente. Il racconto orale si intreccia con le musiche e gli effetti della chitarra elettrica, che diventa a sua volta voce narrante, evocando ambienti e suggerendo colori ed emozioni. Lo spettacolo è adatto anche a un pubblico giovane (dai 12 anni), che di questa vicenda sa poco o nulla.

All’epoca dell’attentato di Capaci, nel maggio del 1992, avevo diciotto anni. Le macerie causate da quell’esplosione tremenda, le lamiere accartocciate dell’auto di Falcone e la disperazione struggente della vedova Schifani durante il funerale del marito (uno degli agenti della scorta morti nell’attentato) sono tra le immagini indelebili della mia giovinezza. Non posso ripensarci senza tornare a provare un po’ della commozione, dell’indignazione e della rabbia che provai allora. Credo di aver cominciato a scrivere questo racconto per riannodare un filo con il me stesso ragazzo, con quelle passioni che allora bruciavano alte e vibranti. Poi, documentandomi, ho scoperto fatti e aneddoti che hanno chiarito meglio ciò che mi colpiva nella figura di Falcone e qual era il centro del mio interesse.Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, si sa, hanno lavorato fianco a fianco per molto tempo, soprattutto negli anni del pool antimafia di Palermo. Erano amici fraterni, oltreché colleghi; amavano ridere, prendersi in giro e farsi degli scherzi. Tra i giochi che erano soliti proporsi, ce n’è uno che – letto con gli occhi di oggi – suscita un sorriso amaro: si immaginavano gli epitaffi che avrebbero scritto dopo le loro morti. Un giorno Paolo Borsellino entra nell’ufficio di Giovanni e gli dice: “So io cosa metteranno sulle nostre tombe: Qui giacciono due minchioni che credevano di sconfiggere la mafia con la legge”. In quella battuta tristemente sagace c’è l’essenza di un principio vissuto fino in fondo, un ideale che si è fatto carne e sangue. Giovanni Falcone, esattamente come Paolo Borsellino, aveva piena consapevolezza non solo dei rischi che correva, ma anche dell’inadeguatezza degli strumenti di cui disponeva. Eppure non ha esitato, non è mai venuto meno a ciò che la coscienza e la deontologia professionale gli suggerivano. Per puro spirito di servizio, diceva lui, ovvero perché credeva nella possibilità di un’Italia migliore e più giusta, ed era disposto ad impegnarvi la vita, anche a costo di perderla. Ecco, in una società come la nostra, nella quale la tendenza è di strumentalizzare tutto in vista dell’affermazione di sé, una società in cui spesso gli ideali vengono vissuti come risibili illusioni, la vicenda di Giovanni Falcone ci offre una prospettiva utile ed importante: perché ci sono personaggi a cui siamo debitori anche se non li abbiamo mai conosciuti; e ci sono storie che vale la pena di continuare a raccontare perché non finiscono di interrogarci su quanto coraggio mettiamo, noi, nelle nostre scelte.




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